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La storia del paese

MANDAMENTO DI PESCOLAMAZZA, FRAGNETO L'ABATE di ALFONSO MEOMARTINI

STORIA DI FRAGNETO L'ABATE DEL PROF G. ADDONA, per gentile concessione

L’ASILO INFANTILE “NICOLA DE MARTINI”: UN PEZZO DI STORIA

MANDAMENTO DI PESCOLAMAZZA, FRAGNETO L'ABATE di ALFONSO MEOMARTINI

Quando si giunge alla stazione di Pescolamazza, sulla linea Benevento Campobasso, basta percorrere i tre chilometri di via maestra verso nord per arrivare a Fragneto l'Abate o Fragnitello.Vago paesetto composto da una sola via, fiancheggiata da case per la lunghezza di un 500 metri; sito interamente sulla cresta di una collina che domina dai due lati buona parte della valle del Tammaro.La veduta si estende verso l'est alle vallicelle del Chiusolano e del Reinello, a S. Marco dei Cavoti, S. Giorgio la Molara, Ariano di Puglia, Pago Veiano, Pescolamazza; verso nord all'ex feudo di Casaldianni; ed a sud ovest a parte del Vitulanese, a S. Lupo, Casalduni, Campolattaro. con un perfetto giro d'orizzonte.

II Comune che non ha edifici rilevanti, quantunque a sufficienza pulite sieno le abitazioni dei notabili; il migliore è quello dei signori de Martini. Possiede un ospedale, fondato dalla pietà del signor Nicola de Martini di Benevento. Sonvi tre chiese, compresa quella parrocchiale da poco restaurata, e la cappella gentilizia di casa de Martini; e dipendono dalla diocesi di Benevento.

II territorio e composto di due grosse colline, l'una delle quali, detta Botticella, formava corpo distinto da Fragnitello. Confina con Fragneto Monforte, Campolattaro, Morcone, Circello, Reino. Misura tomoli 9667 di estensione, che producono grano, granone, frutti, olio, vino. Appartiene in maggior parte alle famiglie: Luigi de Martini di Benevento, che è la prima per possessi fondiari, Ruffo principe di S. Antimo e Ruffo principe di Spinoso di Napoli, eredi de Simone, parimenti di Napoli. Vengono poi le locali famiglie Angrisani, Boffa, Campana, Cocchiarella, Frascone, Iacobelli, Inzeo, Lembo, Lombardi, Marrone, Mascia, de Michele, Morelli, Orlando, Pilla, Procino.

Fragneto l'Abate e un antico luogo abitato. Pria chiamavasi Farnitum, forse da quella varietà di quercia detta farnia, donde farnus nella bassa latinità e farnito nella lingua italiana, per indicate un bosco di farnie. Questi terreni furono conceduti dai Principi longobardi di Benevento al loro tesoriere Totone; e da quell’ epoca il Farnitum ebbe la qualificazione di Totonis dal nome del possessore. I successori di Totone lo diedero a taluni oblati ed uomini liberi; e da quel tempo il borgo ebbe incremento. Vi esiste il diploma di tale concessione, e ne riporteremo i punti più salienti, non solo a prova dello stile dei tempi e della indole della concessione a titolo Longobardo e non feudale, ma anche perchè il tenimento di Fragneto l'Abate e delimitato attualmente nel modo medesimo, aggiuntavi soltanto la contrada Botticella, che gia fu terra abitata. II diploma, che ha un valore storico locale e generale, è contraddistinto da queste date: anno 29 del principato di Pandolfo, 23 del principato di Landolfo Magno, aprile dell'ottava indizione. L'epoca precisa sarebbe verso i principi del 1010, giusta le piu esatte computazioni degli annalisti, e tenuto conto che nella valle beneventana, seguendo l'uso Greco, gli anni si computavano dal mese di marzo e non da quello di gennaio.

Intervengono i seguenti nobili, Longobardi di origine:

Ademario figlio del fu Totone.

Dauferio figlio del Conte Roberto.

II Conte Adalterio figlio del Conte Adalfinio.

La Contessa Grisa figlia di Sergio Conte di Napoli, moglie del Conte Nicolò, figlio del Conte Adalferio.

Costoro dichiararono di possedere per eredità alcuni terreni in loco dicto Farneto, dove abitano: Soldo figlio di Francone, Giovanni Bocco figlio di Maione, Alferio figliastro di Giovanni, tutti oblati qui in mediis rebus habitant.. Si sa che dicevansi oblati i commendatari, cioè quelli che mettevansi sotto la protezione dei potenti, e pagavano ad essi le corrispondenti prestazioni. I quattro nobili non fanno la concessione ai soli oblati, ma anche a Giovanni figlio di Amicone, Atenolfo figlio di Maraldo, Pizza figlio di Pizzolini, Giovanni, detto Melone, figlio di Loffredo. La circoscrizione del territorio conceduto e delimitata in que-sto modo testuale:

"Incipit ab ipsa fontana fetida quae est suptus via quae venit

"a Farneto de Monforte castello nostro, et ab ipsa fontana qualiter

"ascendit usque in praedictam viam, et per ipsam viam qualiter

"vadit in stratam publicam et per eadem strata qualiter descendit et

"vadit usque in terminum qui est inter territorium Farneti et Pesci

"castrorum nostrorum et territorium per nos datum supradictis ho-

"minibus habitantibus in eodem castello nostro Farneto nominate,

"et ab eodem termino revolvente qualiter descendit usque in capite

"vallonis qui pro tempore verni equa decurrit, et per eumdem val-

"lonem qualiter descendit in fluvium Tammarum, et per ipsum

"fluvium Tammari qualiter descendit usque in rivo qui est supra

"molino nostro, et saliente per ipsum rivum et qualiter vadit et a

"capite dicto rivo saliente usque... et ibi sicut est terminus, et ab

"eodem termino revolvitur et vadit in alio termino, et dimisso ipso

"termino qualiter vadit in alio termino... viam publicam, et transit

"ipsam viam et vadit usque petras fictas et a medio illarum petra-

"rum qualiter descendit per vallonem, et vadit usque ubi se iungit

"cum alio vallone qui tempore verni aqua decurrit, et per eumdem

"vallonem descendit usque in pede de alio vallone qui est tertius,

"et per eumdem vallonem ascendit revolvente et vadit usque ad

"fontanam predictam prioris finis...".

Segue poi la enumerazione dei diritti che concedevansi, fra quali: edificare il castello, le chiese, nominar sacerdoti, fabbricar molini, esigere per essi vettovaglie, sicut dare videntur de molino homines de casale lohanni (Casaldianni) et de ipos Regino (Reino), seminare, servirsi degli alberi, maritar le donne senza permesso anche fuori paese. Non v'era quindi il dritto di cunnatico, dritto che, secondo il Michelet, volevano in Francia esercitare anche i canonici del Capitolo di Bordeax, i quali ardirono portare la disputa davanti a quel Parlamento.

Ecco poi le prestazioni dei concessionari:

"Per omnem aratum (con le quali parole intendevasi uno

"spazio di terreno che poteva ararsi in un solo giorno) unum mo-

"dium de grano et unum de hordeo".

I bracciali, gli operai qui de zappa laboraverint, unum terzianum de grano et unum de hordeo. Ne ciò bastava. I Conti e la Contessa volevano un poco di tutto; de viginti porci majores, unum; de triginti minores, alium; a Natale e Pasqua duo cerea, duo paria de oblate e... duo anciliae... É chiaro? I padroni non aveano securamente bisogno di serve?! Chi ammazzava un cignale, porcum sarbaticum, dovea dare unum armum (un dente) cum septem costas; chi un cervo, una cossa. Qualunque individuo voleva uscire dalla sala (cosi i Longobardi chiamavano il luogo natio) poteva vendere le proprie sostanze ai soli paesani. Era questa una modalità fondamentale del cosi detto diritto di congruo, che poscia ebbe estesa applicazione. II diploma termina con la sacramentale e bellissima formola della tipica concessione Longobarda: “recipimus a vos iuxta legem Lunegild mantellum unum”; la quale formola esprimeva la protezione signorile, ideandosi che i vassalli avessero dato il mantello da cui dovevano essere coverti e garentiti per opera dei loro signori.

Risulta da questo pregevole diploma, che nessuno ha finora pubblicato, che nei primi dell'undicesimo secolo facevansi ancora le concessioni all'uso Longobardo nel Principato di Benevento, che i boschi vicino a Fragneto aveano cinghiali e cervi, che in quell'epoca esistevano Casaldianni e Reino, e gli agitanti di questi borghi andavano a far sfarinare i grani al molino di Fragnetello, molino che e proprio quello posseduto attualmente da Ruffo principe di Spinoso.

Vennero i tempi dei Normanni, indi a poco, e queste terre componenti il Farnitum Totonis furono non solo aggregate alla vasta Contea di Ariano, ma possedute direttamente dai Conti di Ariano. Nel febbraio del 1099 il Conte Eriberto, figlio del Come Gerardo, lo donò all'Abate di S. Sofia di Benevento. Il diploma è lunghissimo; si dice in esso che il Conte Eriberto si porto nel monistero con grande pompa, ed ivi, fatto chiamare 1'Abate ed i monaci, a suono di campanello, venne fatta ed accettata la donazione del “castellum quod vocatur Farnetum Totonis”. Eriberto donò “pro salvatione animarum supradicti Gerardi comitis genitoris mei et Theodorae genitricis meae et Octaviani germani mei, etc.”. La metà del castello dovea pero godersi da sua moglie Altrude vita durante.

II diploma lo scrisse Transario, chierico e notaio, e porta firme e segni di croce. La conferma di tale possedimento alla Badia Sofiana leggesi poi nella bolla di Pasquale II (1102) con le parole: “castellum Farneti cum ecclesiis nec non et omnibus pertinentiis suis”; e nelle altre bolle e diplomi successivi di Anacleto Antipapa e degli Imperatori.

Fa parte del territorio di questo Comune la contrada detta Botticella,che già fu terra abitata. Nella bolla di Pasquale II (1102) se ne legge la conferma a Madelmo, abate di S. Sofia, con le seguenti parole: “In Buticella in portula S. Biti castellum cum ecclesiis, villis, atque omnibus pertinentiis suis”.

Risulta poi da un documento del 1100 che Botticella era in diocesi di Morcone. S'ignora l'epoca della distruzione di questo castello e delle sue chiese; ma dovette precedere il 1350, non essendovene motto alcuno nella bolla di Clemente VI del 1350, con cui Fragneto l’Abate fu destinato a formare parte del contado beneventano, e chiamato Castrum Fragneti Abatis. Si sa che la espressione dell'Abate o l’ Abate fu aggiunta dagli Abati di S. Sofia; ed il Borgia (memorie storiche di Benevento, vol. III, pag. 81) avverte che tale denominazione esisteva fin dai tempi dell'Abate Arnaldo, trovandosi nell'archivio di S. Sofia una pergamena del 1328 Dat. apud Castrum Farneti Abbatis.

Papa Callisto III fu quegli che per la prima volta, dopo la morte dell'Abate Astorgio, eresse una Commenda di S. Sofia, per gratificare alcun suo protetto. E notevole che tra gli Abati Commendatari di S. Sofia fuvvi Rodrigo Borgia, quegli che poscia divenne Papa col nome di Alessandro VI. Costui ebbe la concessione

“quin et habet carceres proprios et facultatem concedit arma defe-

"rendi ministris et locatoribus ejusdem abbatiae, cui subduntur ca-

" strum Fragnitelli et Tori”.

II cardinale Borgia promise far visita ai suoi vassalli, e grandi furono i preparativi di quella povera gente, che elevò archi di trionfo e spese molte somme in luminarie; arrivò invece il governatore civile ed ecclesiastico, giacchè ivi le due giurisdizioni erano riunite, latore di uno statuto, conosciuto col nome di Codice Borgiano, che si conserva nel grande Archivio di Stato in Napoli. A dire il vero, il Codice Borgiano è scritto con molta chiarezza, contiene più centinaia di articoli relativi al diritto e rito civile e penale, polizia urbana e rurale, godimento dei beni privati e pubblici; e potrebbe essere più utile di molte cose inutili che nei pubblici regolamenti ora si scrivono con altisonanti frasi da secentista.

Carlo V nel 1519 confermo i privilegi della Badia Commendataria in persona di Francesco Gara, protonotario apostolico; e tra le terre quella di Fragnito, in provincia di valle beneventana (Exequut. IX fol. 104).

La concessione in Commenda durò per tre secoli, ne fu menomata, siccome taluni hanno opinato, dalla circostanza che il monistero di S. Sofia venne dato ai canonici regolari di S. Salvatore di Bologna da Clemente VIII nel 1595, con consenso dell’ Abate del tempo, che era il cardinale Ascanio Colonna; invece il moni¬stero rimase soggetto all'Abate Commendatario, che avea la giurisdizione civile ed ecclesiastica di esso e delle terre. L'ultimo investito fu Lazzaro Opizio Pallavicino, Nunzio pontificio in Ispagna al 1763, poscia cardinale.

II governo del Re Ferdinando IV tolse queste terre a S. Sofia, e le dichiaro regie, classificandole fra i beni disponibili della Corona. Così cesso questo comune d'esser soggetto alla perfetta signoria, cioè alla unione delle giurisdizioni spirituale e temporale. Nel 1789, nel 1795, Fragnitello era terra regia. Dopo i noti fatti del cardinale Fabrizio Ruffo e le gesta della santafede, Ferdinando di Napoli concedè i possedimenti nel Regno, che già furono di S. Sofia, al suddetto cardinale Ruffo, col titolo di Abate Commendatario di S. Sofia, riservata però la giurisdizione spirituale all'arcivescovo di Benevento. Tali possedimenti stanno anche adesso in proprietà della famiglia Ruffo, principe di S. Antimo e Duca di Bagnara.

Nelle antiche infeudazioni Fragnitello o Fragneto 1'Abate era riportato qual feudo ecclesiastico; non risulta però dal cedolario che avesse contribuito qualche cosa all'epoca della incoronazione di Re Alfonso I d'Aragona. La Badia Sofiana contribuì allora oncia una e tarì 10 per S. Giovanni in Galdo, once 2 e tarì 20 per Toro.

II Mazzella lo chiama Frangito dell’ Abate, e gli da' 53 famiglie nel 1601; ne avea avute 62 nel 1532, 66 nel 1545, 52 nel 1561, 77 nel 1595, e ne ebbe 101 nel 1648 e 94 nel 1669. Da. questa ultima epoca fu sempre più popolato. Nel 1789 contava I860 abitanti, ed era già cresciuto in popolazione per effetto della dichiarazione d’esser terra regia (si sa che ivi maggiore larghezza di vita e di diritti godevano i cittadini in paragone dei vassalli feudali). Ora numera 2107 abitanti. Ha fatto sempre parte del Giustizierato, e poscia della provincia di Principato Ultra, fino al 1861, quando passo a quella di Benevento qual comune del mandamento di Pescolamazza.

Fu patria dell'avvocato Samuele Mascia, nato da modestissima famiglia verso la fine del secolo XVIII, morto agiatissimo in Napoli poco dopo il 1850. Questi scrisse parecchie buone monografie su speciali quistioni di diritto.

 

Storia di Fragneto l'Abate del Prof G. Addona per gentile concessione

Fragneto l'Abate, che oggi si confonde tra i tanti paesini del circondario beneventano, ha avuto, almeno a partire dall'epoca Longobarda, una storia particolarissima che ancora segna la mentalità e la filosofia di vita dei suoi abitanti. Farnitum Totonis - tale era il suo nome dal momento che era stato donato dai principi longobardi di Benevento al loro tesoriere Totone - fu nel 1010 concesso, con regolare diploma, a titolo longobardo e non feudale, ad alcuni oblati e uomini liberi che abitavano quelle terre: Alferio figliastro di Giovanni, Soldo figlio di Frantone, Giovanni Bocco figlio di Maione, Giovanni figlio di Amicone, Atenolfo figlio di Maraldo, Pizza figlio di Pizzolini, Giovanni detto Mellone, figliodi Loffredo.

La concessione - pubblicata integralmente dal Meomartini (I comuni della provincia di Benevento, Benevento 1907) viene fatta da un gruppo di nobili longobardi di origine, tra cui Ademario figlio di Totone, proprietari di quelle terre, i quali nell'atto enumerano tutti i diritti concessi, che erano tanti (edificare il castello e le chiese, nominare sacerdoti, fabbricare mulini, seminare, servirsi degli alberi, maritare le donne senza permesso anche fuori del paese, etc …), e le prestazioni, non eccessive si direbbe, richieste ai concessionari. Da questo evento la comunità fragnetellese cominciò a sviluppare una sua economia di gestione che l'ha sempre contraddistinta nel corso della storia. Questa non venne meno quando nel 1099 le terre di Farnitum Totonis (compresa la contrada di Botticella che era terra abitata con castello, chiese e casali) furono donate dai Normanni Conti di Ariano, che nel frattempo le avevano acquisite, all'Abbazia di S. Sofia di Benevento - di questo momento si occupa il recente volume pubblicato in Italiano, di Otto Vehse con il saggio introduttivo a cura di Errico Cuozzo -che le tenne fino a quando Ferdinando IV di Borbone le dichiarò tra i beni disponibili della corona. Si ha l'impressione che, in qualche modo, gli abitanti di Fragneto abbiano perseverato nel corso dei secoli le caratteristiche genetiche e culturali degli antichi longobardi di matrice Indoeuropea come gli stessi Sanniti: una chiarezza del carattere, un senso particolare della libertà e l'insofferenza profonda a sistemi gestionali di carattere feudale. Non si dimentichi che il dux dei Longobardi era un leader popolare riconosciuto per le sue proprie capacità e non per diritti dinastici o di successione. Così pure i sanniti, che attribuivano il comando al più idoneo tra loro, anche se il più giovane: valga l'esempio di Caio Ponzio Telesino - ricordato in uno scritto di Marcello De Martini, sulla storia di Fragneto l'Abate, inedito ma in corso di pubblicazione - il quale comandando, pur essendo vivo e vegeto il padre Erennio, l'esercito sannita contro i Romani, decide, non tenendo alcun conto dei consigli del genitore, di fare passare sotto il giogo, alle Forche Caudine, i nemici vinti e di liberarli successivamente.

Ed è interessante notare che è in uso a Fragneto che la gestione passi al figlio giovane pur essendoil padre ancora in vita e perfettamente abile: questi si accontenta di offrire consigli che possono restare tali senza creare alcun problema di rapporti tra i componenti della famiglia. E ancora va notato che, tra le generazioni più antiche , il re Longobardo veniva eletto tra i duchi per lostretto tempo necessario a concludere l'azione di guerra. Il concetto "antidinastico" e libertario tra i longobardi era così radicato che, con ogni probabilità, fu la causa della scelta operata dai Beneventani di non appoggiare, contro Carlo Magno, Desiderio, dal momento che questi aveva deciso di lasciare il potere a suo figlio Adelchi, decretando così la sconfitta dei Longobardi di Pavia e guadagnandoci la totale libertà a cui tanto tenevano.

Per tornare alla Universitas (la comunità dei cittadini) fragnetellese, andrebbe approfondito lo studio della gestione della cosa pubblica, già impiantata all'epoca di Ademario, figlio di Totone, durante il lunghissimo periodo in cui il paese rimase sotto il controllo della comunità monastica benedettina di Santa Sofia, ma siamo sicuri che questo abbia influito positivamente sul mantenimento dell'originaria autonomia di gestione e della notevole redditività del lavoro. "Per Omnem aratum" (spazio che poteva ararsi in un solo giorno) i fragnetellesi dovevano fornire ai concedenti, si legge nel diploma del 1010, "unum modium de grano et unum de hordeo": si pagava quindi in relazione alla giornata lavorativa e non alla quantità di terreno lavorato. Il terreno non era di proprietà ma poteva essere sfruttato , dando in un certo senso spazio alla imprenditorialità di ognuno. E' quanto si verificato anche nelle isole Eolie, concesse dai Normanni al monastero benedettino di S. Bartolomeo, dove gli abitanti godevano dei privilegi simili a quelli di cui i fragnetellesi hanno fruito fino a quando Ferdinando di Borbone non concesse quanto era stato degli abati si Santa Sofia ai Ruffo di Calabria.

A Fragneto, dunque, fino a quel momento, non esistevano famiglie indigenti, così come è facilmente riscontrabile dalla tipologia delle case che connotano l'abitato, tutte decorose, di solito costituite da quattro vani e due seminterrati con scala in sopraelevata e loggia. A Fragneto fino a quel momento - come ci informa nel 1695 l'Abate Orazio Minimi nell'ambito di una inchiesta affidatagli dal cardinale Benedetto Pamphili dopo il rovinoso terremoto del 1688 che colpì Benevento e molti tenimenti della Badia di Santa Sofia (l'inchiesta è stata pubblicata da Alfredo Zazo sulla rivista Samnium) - i cittadini eleggevano ogni anno " … il Giudice seu (ovvero) Caposindaco con quattro altri compagni, i quali amministrano le entrate dell'Università et il Giudice ha la giudicatura dei danni e la medesima Università ha la facoltà di fare li capitoli delle pene con lo sminuirle o accrescerle, aggiungere o levare. Eleggono due cassieri seu depositari che esercitano sei mesi per uno e riscuotono tutte le entrate dell'Università e spendono quel che occorre ma con ordine del Giudice e Sindaci". Una sorta dunque di contropotere - in cui certo la valenza sannita prima e longobarda poi dei fragnetellesi non gioca un ruolo marginale - nei confronti degli abati di Santa Sofia titolari del Paese e delle terre.

Dove fosse la sede nella quale l'Università di Fragneto esercitava il potere non è dato di sapere, è presumibile che lo esercitasse in un sito nel punto più alto della collina della Terra, che Minimi indica come "Castello", non lontano dal Palazzo degli Abati il quale aveva come pertinenze "carceri, magazzini, cantine, cisterne stalle ed altre stanze necessarie" e " la taverna medesima della Badia et è molto capace e di stalle e di stanze molto comode". Nel 1695 tutto ciò - come avverte lo stesso Minimi - era dirupo: un rilievo e una ricerca approfondita a partire dalla casa di Don Ariosto e da quella di proprietà Carletta potrebbe dare buoni frutti, rendendo esplicita una parte fondamentale dell'impianto urbanistico di Fragneto. Un cerchio ampio nella zona più alta (quello di Castello o della Terra che dir si voglia) e un cerchio piccolo (San Nicola) nella zona meno scoscesa, quasi un avamposto difensivo, collegati da una strada lungo la dorsale della collina, l'attuale corso dall'Arco di Palazzo de Martini alla piazza dove, fino all'inizio dello scorso secolo, troneggiava un grande olmo.

Un impianto di tutto rispetto per un paese che nel 1695 enumerava ben 145 fuochi e che, in epoca longobarda, poteva contare, come piazzeforti difensive nei punti di maggiore vulnerabilità, su ben due castelli, quello di Pesco, verso le Puglie, e quello di Fragneto Monforte, verso il Molise, circostanza spesso obliterata dagli Storici del Regno delle Due Sicilie. Il documento del 1010 pubblicato dal Meomartini, infatti, nell'ambito della descrizione del territorio concesso dai discendenti di Totone riporta le dizioni "… a Farneto de Manforte castello nostro …" e " … inter territorium Farneti et Pesci castrurum nostrorum …" . La condizione particolare di Fragneto l'Abate, il suo essere piccola isola all'interno di un territorio connotato da una storia totalmente diversificata rispetto al contesto circostante, dal periodo longobardo fino all'epoca di Ferdinando di Borbone, ha segnato profondamente la storia recente e contemporanea del paese. Tanta autonomia, se ha avuto in passato effetti positivi, influisce ora negativamente sui fragnetellesi, abituati ai loro privilegi, alla loro autonomia gestionale (non esistevano all'interno della comunità titoli nobiliari, questi sono relativi ai feudi e i feudi erano fuori dai confini comunali, per la gran parte al di là del fiume Tammaro il cui corso delimita la collina girandovi intorno), supportati da una economia che non poteva essere basata, data l'esiguità del territorio a disposizione - un cerchio con un raggio poco superiore al chilometro - solo sullo sfruttamento del terreno. Dovrà essere approfondito quindi lo studio dell'antica economia fragnetellese ma si può pensare che essa fosse basata sulle ricchezze, soprattutto oro, che coloro che entravano via via a fa parte della comunità, probabilmente fuoriusciti o individui in cerca di libertà, portavano con sé. I fragnetellesi rientrando alla fine del settecento nell'alveo della normalità, si ritrovarono in seria difficoltà. Quando poi con l'unificazione d'Italia, nel 1860, furono costretti a pagare le tasse e a prestare servizio militare, la situazione divenne disastrosa. Una situazione di privilegio si tramutava in un obiettivo svantaggio. Non è un caso che a Fragneto manchi totalmente la minima concezione imprenditoriale e perduri l'idea dell'isolamento. Dell'isola di un tempo bisognerebbe salvare, invece, i valori positivi, la correttezza e la coscienza della gestione della cosa pubblica, importando da fuori, non mentalità clientelistiche e clientelari, mai esistite da noi, ma logiche produttive fondate sulle caratteristiche del nostro bagaglio genetico e culturale, la libertà mantenuta per secoli, la dignità e l'esercizio del potere che non reca offese.

 

L’ASILO INFANTILE “NICOLA DE MARTINI”: UN PEZZO DI STORIA

Com’è noto, la situazione italiana alla fine della guerra era alquanto disastrosa: ovunque regnava il caos, buona parte delle abitazioni era stata distrutta dai bombardamenti e con esse strade e ponti, migliaia di sfollati si apprestavano a tornare nei propri luoghi di origine, la fame dilagava e l’agricoltura di sussistenza restava l’unica fonte di sostentamento. L’analfabetismo era dilagante presso i ceti poveri poiché la scuola rappresentava un lusso che nessuna famiglia contadina poteva permettersi. Di fronte a tale situazione lo Stato si mostrò impotente ed in aiuto dei meno abbienti intervenne la Chiesa, solidale con i bisogni dei poveri e pronta a venire incontro alle loro esigenze.

A questa realtà non sfuggì Fragneto l’Abate, dove la maggior parte della popolazione viveva di agricoltura e dunque trascorreva la maggior parte della giornata fuori nei campi provvedendo alle varie fasi del raccolto.

A partire dagli anni ’40 qui operava un giovane parroco, don Vincenzo Petti, che resosi conto delle difficoltà attraversate dalle famiglie in quegli anni ebbe chiara l’idea della creazione di un Asilo Infantile, indispensabile per sottrarre i tanti bambini fragnetellesi, di età compresa tra i 3 ed i 6 anni, dalla strada poiché i propri genitori trascorrevano l’intera giornata nei campi ed erano costretti a d abbandonarli a se stessi.

Il giovane prete individuò nelle Suore della Carità di Santa Giovanna Antida Thouret, il cui carisma prevedeva il servizio temporale e spirituale dei poveri, la Congregazione più adatta all’educazione dei piccoli fragnetellesi. Messosi in contatto con la Superiora Provinciale di Napoli di quel tempo, Madre Giovanna Francesca Voltolini, chiese ed ottenne tre suore che avrebbero posto in essere tale progetto.

Rimaneva ancora il problema dei locali da adibire ad asilo infantile. Anche questo fu presto risolto poiché si decise per un edificio donato nel 1865 dal Sig. Nicola De Martini alla Confraternita di “Santa Maria degli Angeli e Sant’Antonio” per destinarlo ad “abitazione dei poveri ed infermi del paese ed anche dei forestieri”. Nel 1949 questo stabile, denominato con il termine “Ospedale”, risultava gestito dall’Ente Comunale di Assistenza e fu a tale istituzione che il parroco ne chiese l’utilizzo. Quest’ ultima, dato l’alto livello morale dell’Opera, non solo diede il consenso ma stanziò del denaro per la ristrutturazione dei locali e diede ordine di trasferire gli infermi che accoglieva in altro luogo del paese.

Il 22 maggio 1949 fu costituito un Comitato, formato da un Presidente, don Vincenzo Petti, un Segretario, Gabriele Pizzella, dal Tesoriere, Dr. Nicola Lembo e da 18 membri di ambo i sessi, tutti abitanti a Fragneto l’Abate. Fu stilato dal prete del paese un Regolamento che avrebbe disciplinato il funzionamento dell’istituto e se ne decise il nome Asilo Infantile Parrocchiale “Nicola De Martini”, affidato alle Suore della Carità di Santa Giovanna Antida Thouret.

Il 30 giugno dello stesso anno il parroco invitò le Autorità Civili e tutta la cittadinanza a partecipare alla solenne cerimonia di ricevimento delle Suore che previde tre momenti: l’accoglienza all’ingresso del paese con danze popolari accuratamente preparate in precedenza; l’ingresso delle tre sorelle (Sr. Concetta Lo Presti, Sr. Giuseppina Rosa La Rotonda e Sr. Angela Martini) in parrocchia dove si accinsero ad ascoltare la Santa Messa al cui termine ci fu il saluto del sindaco, Dott. Vittorio de Martini, portavoce della gioia di tutto il paese; infine l’intera popolazione fragnetellese, insieme alle nuove arrivate, festeggiò il magnifico evento dinanzi ad un gran banchetto.

L’esultanza e l’onore di un tal evento erano al culmine presso gli animi dei cittadini di Fragneto l’Abate.

L’apertura ufficiale dell’asilo avvenne il 7 giugno, con una Messa solenne, poiché le spighe nei campi erano mature ed i contadini si apprestavano a raccoglierle. Fu redatto un elenco dei bambini iscritti per l’anno 1949/50, 25 maschi e 25 femmine, di età compresa tra i 3 ed i 6 anni; una tabella dietetica da seguire per la mensa; le rette che ogni famiglia avrebbe dovuto pagare per i propri piccoli.

Alle normali attività scolastiche dal 1953 fu attivato anche un doposcuola che opererà fino al 1980.

Invece, in concomitanza con l’apertura dell’asilo, iniziò il laboratorio di taglio, cucito e ricamo che vide la partecipazione di numerose ragazze del paese e della contrada San Matteo, le quali, terminata la scuola dell’obbligo, non proseguivano gli studi.

Una volta avviata la grande opera dell’asilo, il parroco si prodigò in ogni modo affinché l’istituzione potesse ricevere i fondi necessari per il suo mantenimento. Gli organismi ai quali don Vincenzo Petti si rivolse furono: il Centro Italiano Femminile Comunale, che rifornì l’asilo di panchette, di grembiuli, dell’attrezzatura completa per la cucina e per il refettorio ma anche di fascine e carbone per il riscaldamento e la cucina; l’Amministrazione Aiuti Internazionali che stanziò, a titolo gratuito, un cospicuo contributo di generi alimentari (farina, pasta, zucchero, marmellata,…) ma anche 4 tavoli di legno ed 8 panche; l’Opera Nazionale Maternità e Infanzia con esigui contributi monetari; l’Ente Comunale di Assistenza sempre attraverso aiuti monetari (fino al 1977 anno in cui fu soppresso e subentrò l’Amministrazione Comunale continuando con le erogazioni); il Ministero dell’Interno che tenuto conto della chiusura non deficitaria del bilancio dell’ente non corrispose alcuna somma; l’Amministrazione Provinciale attraverso sussidi monetari annui; il Banco di Napoli con un contributo monetario di 3 anni; il Ministero della Pubblica Istruzione sempre con esigui sussidi monetari; le Suore della Carità con una rendita annua derivata da un terreno di proprietà di una Suora di Carità di nome Eustella Lombardi, originaria del nostro paese e residente a Roma, ma poi donato alla Congregazione di religiose di Fragneto l’Abate.

Come già ricordato, l’asilo divenne anche un laboratorio dove le giovani del paese e della contrada apprendevano l’arte del cucito, del ricamo ma con il passare del tempo le suore divennero per le giovani delle confidenti, delle consigliere e l’asilo assunse anche l’aspetto di un luogo di ritrovo nei giorni di festa o di vacanza. Fu attivato il doposcuola fino alle 17.30 e si dette il via alla catechesi, per incrementare ulteriormente l’Azione Cattolica.

Negli anni ’60 l’Amministrazione Comunale inoltrò domanda di stanziamento fondi alla Cassa per il Mezzogiorno alfine di creare una struttura più ampia ed idonea alle crescenti attività didattiche. La domanda fu accolta con benevolenza ed il nuovo edificio sorse in via Monte Grappa, con locali più luminosi e giardino tutt’ intorno. Quando l’attività dell’asilo incominciava ad andare a vele spiegate la legge 18 marzo 1968 n. 444 istituì la Scuola Materna Statale, con carattere facoltativo e gratuito, che gradualmente andò ad affiancarsi alla strutture private gestite quasi ovunque da religiosi.

A Fragneto l’Abate la Scuola Materna aprì nel 1986 e si pose da subito in competizione con l’asilo, anzi quest’ ultimo fu accusato di ostacolarne l’affermazione. Da quel momento, nonostante la buona volontà delle Suore di Carità di proseguire nella propria Opera pedagogica ma non solo (ormai operante da circa 40 anni), il futuro dell’asilo sembrava essere compromesso a favore della nascente scuola materna.

A quel punto le Suore di Carità capirono che era giunto il momento di farsi da parte e di dare una nuova rotta al proprio destino. Decisero di affiancare l’ormai anziano parroco nella pastorale parrocchiale e di continuare nell’attività di catechesi, ottenendo dal sindaco il permesso di rimanere presso la sede dell’asilo. Va aggiunto che a causa della scarsezza di vocazioni religiose, nel 1988 la Congregazione delle Suore di Carità avviò il processo di ridimensionamento delle opere e fu posta in discussione, per la seconda volta, la presenza delle suore a Fragneto l’Abate. Stavolta fu una lettera del Primo Cittadino fragnetellese alla Sup. Prov. Sr. Clementina Caracciolo a garantire la loro permanenza nel nostro paese.

D’allora le Suore della Carità non hanno mai abbandonato Fragneto l’Abate, il loro ruolo è cambiato: non provvedono più all’educazione dei piccoli in età prescolare, non si dedicano più all’insegnamento dell’arte del ricamo ma sono costantemente attive nella pastorale parrocchiale, continuano ad affiancare il parroco nelle attività religiose, provvedono all’insegnamento del Cattolicesimo nella Scuola Elementare, fanno quotidianamente visita agli anziani ed ai malati della nostra comunità e sono sempre disponibili ad aprire la propria “casa” a chiunque lo chieda.